sportello straniero   
sportello insegnante   
sportello genitore
  home  
Vai alla seconda parte del documento       

Caro genitore... 
(Prima parte)        
di Elvezia Benini 

INDICE

Il rapporto con la scuola
Genitori ed insegnanti si affacciano spesso allo “sportello dello psicologo” della scuola esprimendo affermazioni conclusive o ponendo domande interlocutorie:

I genitori:
“mio figlio non è capito dalla maestra!”
-  “le insegnanti hanno preso di mira mio figlio e  accusano sempre lui per ogni cosa che accade in classe!”
“dicono che mio figlio si comporta male,  ma anche gli altri fanno lo stesso!”

Gli insegnanti
“ Non sappiamo come gestire il gruppo… oggi i bambini sono sempre più maleducati e sono sempre difesi dal genitore!”
-  “Abbiamo un bambino molto difficile in  classe, disturba continuamente le lezioni, deride le insegnanti, è aggressivo coi compagni, incita gli altri alla trasgressione, dice parolacce…
-  “I genitori non capiscono le difficoltà e, nel momento in cui  comunichiamo loro quanto il figlio sia “maleducato” e quanto non consenta il normale svolgimento delle lezioni, si pongono subito a difesa del figlio, accusando  l’insegnante.

Da queste affermazioni si comprende la difficoltà di comunicazione, quasi una incomunicabilità che segna una frattura tra l’istituzione famiglia e l’istituzione scuola.

Parole chiave per aiutare possono essere :
-  rispetto
-  dialogo
collaborazione
condivisione

Ricordiamoci che il bambino va aiutato con dei sani NO!
Che cosa significa?

Quando l’insegnante si rivolge al genitore lamentando comportamenti errati da parte del bambino, in ambito scolastico, il genitore e l’insegnante dovrebbero fare fronte comune per arginare il cattivo comportamento.
Quando il figlio comprende che il genitore è “dalla sua parte” e che non lo sanziona, ma anzi addita la maestra come incapace, egli continuerà nel cattivo comportamento, generando così  difficoltà che diverranno via via più gravi, soprattutto alla soglia della pubertà e dell’adolescenza.
Il bambino ha bisogno di “ confini” , ha bisogno di saper che esistono dei limiti, altrimenti avrà solo tanta confusione.
I ruoli vanno rispettati!
Dovrebbe attuarsi una “alleanza” tra l’insegnante e il genitore, una alleanza dalla quale  trarranno beneficio innanzitutto il bambino, poi il genitore e l’insegnante.
Il bambino spesso pone in atto comportamenti provocatori che destabilizzano gli adulti, ma questi dovrebbero arginare e possono farlo solamente se tra le parti si stabiliscono il rispetto e la condivisione sugli obiettivi educativi che devono essere univoci.

Torna all'indice

 Un aiuto per comprendere meglio i nostri figli
Ognuno ha un proprio modo di affrontare le diverse situazioni della vita e non si vuole certo qui dare risposte preconfezionate, ma unicamente si vuole qui fornire degli stimoli per aiutare  a vedere gli accadimenti da altre angolazioni.
Le risposte ai problemi vanno ricercate dentro se stessi ed ognuno ha delle risposte diverse da dare e queste possono essere diverse in momenti diversi della vita; ogni volta sarà ciò che di meglio si potrà fare in quella circostanza.
Sarebbe molto comodo trovare ricette preconfezionate, ma la soluzione si può trovare sempre dentro di noi; anche quando ci si rivolge allo specialista, questo aiuterà a comprendere quali possibili strade imboccare per poi indirizzarsi verso quella più congeniale.
Nelle difficoltà può essere utile prima di tutto ascoltare se stessi, nelle emozioni e nei pensieri, poi  confrontarsi, per esempio, con altri genitori per scoprire che i propri problemi sono spesso problemi di tanti e dal confronto trovare sollievo, solidarietà, soluzioni.
Ogni bambino è l’intrecciarsi di tre storie, la sua, quella della madre e quella di suo padre.
Per comprendere il mondo interno del bambino è necessario conoscere la storia dei genitori : a volte si perpetuano modalità relazionali di generazione in generazione senza averne consapevolezza.
Quando si diviene genitori c’è una rivoluzione nella vita della coppia, innanzitutto  per il passaggio dal ruolo di figlio a quello di genitore e poi perché inizia una vita tutta da sperimentare.
La nascita di un figlio può far emergere antiche situazioni e sofferenze non elaborate a suo tempo: è quindi importante rendersi consapevoli del proprio modo di essere e di essere nella relazione al fine di migliorare il rapporto con i nostri cari.
A volte sono i figli stessi, attraverso i loro comportamenti e i loro sintomi, a condurre i genitori verso la strada della riflessione; succede infatti che un genitore, più sovente la madre, si rivolga alla psicologa per una consulenza sul comportamento del figlio e poi, strada facendo,  scopra che le problematiche del figlio derivano da situazioni affettive non elaborate da parte del genitore. Succede che un figlio, per proteggere o per guadagnarsi la sicurezza del genitore,  faccia da genitore  al proprio padre o alla propria madre, nel caso che questi soffrano di depressione o comunque di turbe affettive-relazionali: un figlio dovrebbe avere il diritto di fare il figlio e quindi non dovrebbe sobbarcarsi la sofferenza dell’adulto.
Quando emergono delle problematiche all’interno della famiglia è necessario che i genitori collaborino, anche se mettere in discussione se stessi o l’equilibrio che si è costruito nella famiglia può costare molto; spesso il genitore pone in atto un “sistema giudicante” e colpevolizzante e questo modello mentale è disfunzionale: il genitore dovrebbe porsi invece la domanda “che cosa è successo?”, “che cosa posso fare ora?”
Importante avere presente la differenza fra la “parte” e il “tutto” : spesso quando le cose non vanno si cade in depressione e si pensa che tutto non vada…. E invece è necessario individuare “il nodo” che ha provocato la sofferenza e andare a sbrogliare questo passaggio che non ha funzionato.
Certo è difficile “vedere” e cambiare gli abituali comportamenti: è più facile rimanere ancorati ai vecchi, ma conosciuti e familiari, comportamenti piuttosto che affrontare una nuova via, sconosciuta e quindi minacciosa.
Un lavoro psicologico è lungo e non dà frutti immediati e quindi può generare una maggiore impotenza: ma è solo un percorso riflessivo che può aiutare a raggiungere un benessere per sé e per gli altri.
Purtroppo manca una cultura psicologica tale da considerare  “normale” una visita o una consulenza dallo psicologo: ancora oggi si sente dire “se vai dallo psicologo sei pazzo” : questi pregiudizi pesano sulla collettività e generano il perpetuarsi di un malessere generalizzato.
Il benessere psicologico non viene ancora considerato un bene primario e quindi, trascurando questo piano affettivo-emozionale-relazionale, si  pone un limite per una esistenza serena.

Torna all'indice

Il distacco
Spunti di riflessione per i genitori  sul tema   “Il distacco”:
- C’è una capacità senza la quale è difficile imparare a vivere per davvero ed è quella di accettare il dolore dei distacchi e delle separazioni
- È necessario riuscire ad  “elaborare il lutto originario”, cioè abbandonare un vecchio terreno per trovare gli adattamenti che ci aiutino ad elaborare i continui passaggi e cambiamenti del vivere
- Il lutto va inteso non in termini del senso comune che lo attribuisce a una morte, ma in termini psicoanalitici come una dimensione estremamente vitale, cioè come un processo essenziale della psiche
- Il lutto non va confuso con la depressione: questa è un accesso o uno scacco, quello è un processo maturativo universale che riguarda ogni perdita e ogni distacco
- È un processo interiore che accompagna tutta la vita dell’uomo
- Il primo distacco avviene con il parto: si parla infatti del trauma della nascita
- Via via i distacchi successivi: lo svezzamento, la deambulazione autonoma, l’ingresso al nido, alla scuola materna e così via...
- Il distacco è significativo per il bambino e per il genitori: entrambi vivono l’emozione del distacco
- Se il genitore ha raggiunto un equilibrio interiore potrà riaggiustarsi alle diverse situazioni, dando così forza al bambino che deve volare verso la sua autonomia
- La capacità di elaborare i passaggi, di accettare il distacco da qualcosa che cambia per trovare un nuovo adattamento alla realtà che muta è quindi un patrimonio essenziale al processo stesso della vita
- Non ci può essere una vera vita mentale senza questa capacità fondamentale di accettare che qualcosa finisca perchè qualcos’altro possa nascere
- I giochi sono strumento essenziale perchè insegnano ad imparare a perdere, cioè ad accettare il lutto con dei rituali precisi di partenza e di arrivo, con la certezza che il gioco si ripeterà
- Anche le fiabe sono un potente canale di trasmissione perchè sottolineano il tema della finitezza: hanno un inizio e una fine ben precisi e ritualizzati: il protagonista parte in genere per un viaggio, sia interno che esterno, vengono affrontati l’ignoto, ostacoli e imprevisti
- Attraverso le fiabe si può elaborare il lutto della certezza: l’unico vero certo è l’incerto: le soluzioni non si hanno mai in partenza, ma si trovano strada facendo
- Sono soprattutto gli aspetti più dolorosi e difficili della propria infanzia quelli che se non vengono elaborati restano spesso dentro e condizionano tutte le scelte di vita
- Se il genitore elabora i suoi vissuti dolorosi potrà aiutare il proprio figlio ad acquisire la capacità del distacco; “spingerlo ad andare” non serve, anzi sarebbe una forzatura
- Al bambino servono piccole cose, come ad esempio:
1)  sperimentare buone sicurezze di base
2)  vedere che anche noi adulti facciamo la fatica di accettare i passaggi, senza negarne il dolore, anzi vivendolo in modo da renderli possibili
3)  imparare che non si può tornare indietro a riempire i buchi vuoti delle nostre storie. Possiamo solo accettare il dolore che ci siano stati, renderci conto che in quella circostanza ognuno di noi ha fatto il meglio che poteva fare in quel momento...e voltare pagina attraverso una riflessione e attraverso un nuovo progetto di vita

Una fiaba per elaborare la sofferenza del distacco
Uno scoiattolo spaventato

Un bel giorno d’agosto, ( bello per tutti ma non per lui!), con il sole a picco che faceva brillare le foglie di un verde così acceso da renderle accecanti, Gufo Saggio, un po’ triste, ma sempre professionale, comunicò a Mamma Scoiattola che il Piccolo Scoiattolo non lo convinceva, con quella tosse continua, lo smagrimento, la stanchezza, la poca voglia di giocare e di rosicchiare le ghiande da lui solitamente preferite.
Si dovevano fare accertamenti all’Ospedale del Bosco!
E per poterli fare con tranquillità e precisione, il Piccolo Scoiattolo doveva fermarsi qualche giorno (e  qualche notte!) nello stesso Ospedale.
Mamma Scoiattola si sentì tremare le zampe, drizzare tutto il pelo, ma doveva mantenere la calma!
Doveva imporsi di apparire serena per amore di Scoiattolino, per non rendergli l’evento ancora più triste e pauroso di quello che già era!
Inghiottendo a fatica, annuì puntando gli occhi in quelli di Gufo Saggio, quasi a voler carpire al vecchio dottore le certezze e la tranquillità che neppure lui aveva.
Povero Gufo Saggio! Nessuno pensava che anche lui era di carne e di sangue, che anche lui provava emozioni!
Era tempo di andare da Ghiro Psicologo, lui solo poteva capire!
E il piccolo Scoiattolo? Continuava a giocare imperterrito con i bastoncini da gioco presenti in gran quantità nello studio del dottore. Sembrava non ascoltare, ma in realtà registrava tutto e si proiettava con la mente ora nelle paure di ciò che doveva affrontare, ora in fantasie che lo facevano evadere in un’altra situazione.
E venne il giorno dell’ospedalizzazione!
Nei giorni precedenti in casa non se ne parlava; mamma e papà divennero frenetici: le giostre, l’altalena nuova, la cameretta nuova, tanti amici in casa.
Il piccolo scoiattolo era sicuro che questa frenesia, tutte queste cose belle e nuove erano fatte affinché lui non pensasse all’ospedale!
Amici che non vedeva da tempo, cinema, teatro dei burattini, ma il suo pensiero era sempre più centrato sull’ospedale. Ma anche quello dei genitori! Essi si resero infine conto che il problema andava affrontato, non serviva a nulla rinnovare e rimandare.
Bisognava prendere il coraggio a piene mani e parlare con Scoiattolino.
Lui tanto aveva già capito tutto!  E fu lui ad aiutare i genitori: ne parlò per primo!

“Io so perfettamente che devo andare all’ospedale, fare le punture, stare da solo, dormire da solo, mangiare cose che non mi piacciono, prendere medicine disgustose!”
Quello che non sapeva Scoiattolino era che tutti erano preoccupati addirittura per la sua vita, che il povero Gufo Saggio aveva parlato di lui con Ghiro Psicologo e con un grande medico della città esperto in scoiattolini colpiti da malattie molto gravi.
I genitori così, confortati paradossalmente dal loro piccolo, spiegarono a lui che sì, aveva ragione, ma che all’ospedale avrebbe conosciuto nuovi amici, giocato con i clown e poi che alla mamma sarebbe stato consentito rimanere con lui praticamente per tutto il tempo della degenza: miracolo degli ospedali moderni!
All’ingresso di Scoiattolino dell’ospedale del Bosco tutti erano sorridenti e affabili, sembrava di entrare in albergo: ma a lui e, soprattutto ai suoi genitori, tremavano le gambe; la mamma aveva controllato e  controllato il pigiamino, il sapone, le pantofole, il borotalco, la biancheria per sé e per il piccolo.
Tutto era a posto meno il proprio umore in tumulto.
Una Lontra Psicologa li avvicinò subito e si dichiarò a disposizione per ogni problema, turbamento o informazione e subito i tre scoiattoli si sentirono più sicuri; quello era l’ospedale giusto: i sorrisi, la pulizia, la cortesia, la premurosità dei medici, degli infermieri e di tutto il personale erano evidenti, il “male inutile” della scortesia e dell’ignoto era già stato curato, eravamo a buon punto!
Ora ci si doveva fidare alla professionalità dei medici e alle tecnologie diagnostiche e terapeutiche, ma se tanto mi dà tanto!!
E così fu.
Scoiattolino uscì dopo una settimana completamente guarito e arricchito da un’esperienza umana indimenticabile.

Torna all'indice 

La rabbia
Che cos’è la rabbia?
Che fare di fronte alla rabbia?
È un’espressione che spesso nasconde il bisogno di comunicare altre cose che possono chiamarsi dolore, angoscia, paura, svalutazione, impotenza.
Esiste anche una “rabbia buona”, un’espressione cioè di pulsioni naturali che vanno espresse in modo autentico e utilizzate in modo positivo.
Ascoltare le rabbie, soprattutto quelle dei bambini, può consentire di trovare uno sbocco e una soluzione per affrontare in modo diverso i problemi che la generano.
Per aiutare i nostri figli a crescere è necessario affrontare prima le nostre rabbie: sicuramente affrontando le nostre è più facile riuscire poi ad ascoltare le loro rabbie, vedendole come un segnale di allarme.
È necessario trovare un senso  a queste emozioni,  allora sarà possibile recuperare le emozioni che stanno dietro, anche se faticose o difficili da sopportare, sapendo che ogni evento emozionale ha un inizio, un’evoluzione e quindi una fine.
Come comportarci?
La rabbia va ascoltata.
Ascoltare la rabbia significa anche accettare il confronto con il dolore e con l’angoscia che possono entrare in contatto con le stesse corde dentro di noi.
È una disfida che spesso nasconde ferite aperte che hanno bisogno di tempo e di cure, ma la rabbia può essere vista come una fonte di energia e di tensione.
Come recuperare questa energia?
Ascoltare perché  necessita di essere canalizzata, per avere uno sbocco costruttivo e non distruttivo.
Spesso alla rabbia si reagisce con rabbia, perpetuando così un circolo vizioso.
La difficoltà spesso induce a rispondere quindi nello stesso modo o reagendo con la fuga.
È necessario ascoltare davvero, cercando di capire ed evitando di giudicare: così si può scoprire un diverso modo di comunicare.
Quale ruolo ha la relazione?
Sono  la qualità e la modalità della comunicazione che incidono sulla relazione.
(Leggere  “La relazione positiva”).

 

La relazione positiva
L’individuo può conoscere due strade esistenziali diametralmente opposte: l’una che valorizza le energie di base in modo positivo, l’altra  destinata a familiarizzare con la disperazione e con la negatività.
All’interno della famiglia si sviluppano differenti modalità comunicative, dalle quali scaturiscono delle funzioni emozionali, le quali favoriranno differenti colorazioni affettive verso se stessi e verso gli altri:
- generare amore  o  suscitare odio
infondere speranza  o  seminare disperazione
- contenere la sofferenza depressiva  o trasmettere ansia persecutoria
- pensare  o creare confusione

Lo stile comunicativo della famiglia quindi determina il diverso modo di affrontare il mondo:
una buona fiducia di base libera un’esistenza retta dalla speranza, dalla volontà, dall’amore, dalla cura e di conseguenza la persona diviene aperta alla felicità, piacevole e disponibile verso se stessa e verso il mondo;
una sfiducia di base spingerà verso un’esistenza in predominanza retta da negazione e disprezzo, inerzia, inibizione e di conseguenza la persona sarà orientata ad assumere atteggiamenti negativi e di ribellione, a volte fine a se stessi, ad evitare o aggredire gli altri.

L’esistenza è continuamente minacciata dal germe della sofferenza.
Cambia il modo in cui  si affrontano le avversità.
Per certuni gli ostacoli più  insignificanti si trasformano in barriere insuperabili, mentre per altri anche le difficoltà oggettivamente più disarmanti vengono affrontate con determinazione e fiducia.
Molti degli elementi che supportano queste differenze si radicano nella primissima infanzia, mentre altre sono l’esito di vicissitudini posteriori.
Non esistono metodi, ma solo la via della  riflessione  individuale può aiutare il genitore a intraprendere un cammino gioioso che possa “colorare” la famiglia di relazioni positive.

Torna all'indice 

L'importanza delle regole
Spesso i genitori si pongono il problema delle regole.
Troppi limiti interferiscono sull’autonomia e sulla necessaria sperimentazione, la mancanza di limiti invece impedisce l’interiorizzazione dei confini tra ciò che è possibile fare e ciò che non lo è.
Un bambino fatica a contenere i suoi impulsi e deve imparare a farlo nel corso del tempo: se il genitore interviene a contenere il bambino, questi sarà facilitato ad apprendere.
Il bambino comprende un messaggio implicito: non dobbiamo avere paura dei nostri impulsi perché sappiamo controllarli e questo diviene estremamente rassicurante per il bambino.
Se invece gli si permette un comportamento non accettato socialmente e che lui stesso vive come distruttivo, allora facilmente la sua ansia aumenterà.
Il limite che il genitore deve porre riguarda la sostanza e non la forma delle cose.
I genitori spesso tendono ad evitare ai propri figli  ogni possibile frustrazione perché vissuta come cattiva e da evitare; sperimentare  frustrazioni, naturalmente non con interventi autoritari o perversi, consente al bambino di dare un significato sul piano mentale e di apprendere in modo implicito il valore strutturante e funzionale di esse nelle relazioni affettive.
Un bambino che sperimenta solo la frustrazione e uno che sperimenta solo l’essere accontentato in tutto soffriranno paradossalmente entrambi nella vita.
Il genitore che accontenta in tutto e che addirittura previene anche i desideri del bambino finisce con l’impedire due fenomeni: la mentalizzazione di un bisogno insoddisfatto che gli possa creare una certa dose di disagio o frustrazione e secondariamente, come conseguenza, la spinta ad utilizzare le sue stesse risorse per uscire dal disagio.
Il genitore deve consentire una sperimentazione della realtà al figlio, vigilando da lontano, per aiutarlo nel processo di conoscenza di sé e del mondo.
Il bambino deve scoprire le proprie risorse per crescere nella propria autostima e nella fiducia delle sue risorse.
Spesso il genitore interviene nella realtà non per proteggere il bambino, ma per se stesso; agisce cioè al suo posto, come se lui non esistesse, generando nel figlio profonda insicurezza.
Il genitore, assistendo agli inevitabili tentativi ed errori del proprio figlio, impara a gestire la propria ansia, diviene “buon contenitore” e favorisce la crescita.

Torna all'indice
Vai alla seconda parte del documento